Di Beatrice Capocci –

Se è vero che esistono delle predisposizioni naturali a svolgere l’attività di interprete, è anche vero che interpreti non si nasce, si diventa. Oltre a un’innata inclinazione all’apprendimento delle lingue e al di là di determinate caratteristiche personali, come la curiosità, esistono infatti diverse competenze che devono essere acquisite. Proprio per questo esistono scuole interpreti come quelle, validissime, di Forlì e Trieste in cui gli studenti non solo migliorano la padronanza della propria lingua madre e delle lingue straniere (di solito due), ma sviluppano anche le tecniche necessarie a diventare validi interpreti di dialogica, consecutiva, cuchotage e simultanea.

L’acquisizione di tali tecniche richiede lo sviluppo di una serie di competenze di cui lo studente/interprete deve fare tesoro. Ma di cosa si tratta esattamente? Stilare una lista sarebbe riduttivo e, allo stesso tempo, un’analisi esaustiva richiederebbe ben più di un articolo. Per queste ragioni, in questa sede ci soffermeremo su due delle principali abilità da rafforzare e utilizzeremo due espressioni molto care al mondo del lavoro di oggi, pervaso dalle soft skills: decision making e problem solving. In altre –e italiane- parole, la capacità di prendere decisioni e quella di risolvere problemi in tempi rapidi.

Decision making

Per facilitare l’analisi, circoscriviamo il campo alla sola consecutiva, modalità per la quale ogni buon interprete ha accumulato (e continua ad accumulare) ore e ore e ore e ore di esercizio. Ma cosa c’entra la consecutiva con le decisioni da prendere? Non sarà un caso che Bistra Alexieva (1998), una delle autrici più note nella letteratura sull’interpretazione, abbia scritto un capitolo intitolandolo “Consecutive Interpreting as a Decision Process”. Cerchiamo dunque di capire in che modo apprendere la tecnica della consecutiva possa stimolare quella competenza trasversale conosciuta come decision making.

Normalmente, il consecutivista si trova vicino all’oratore e prende nota del suo discorso –o di parte di questo- per poi restituirlo nella lingua del destinatario avvalendosi delle proprie note come supporto mnemonico. Soffermandoci sul passaggio della presa di note va chiarito, per i non addetti ai lavori, che non si tratta dei classici appunti che tutti noi siamo in grado di prendere: le note del consecutivista sono molto diverse dagli appunti presi durante una lezione universitaria o durante un convegno, ad esempio. Ogni interprete sviluppa, infatti, una propria tecnica di presa di note, fatta di segni e strutture grafiche, simboli e abbreviazioni, che gli permette di ricreare sul foglio la struttura linguistico-concettuale del discorso da interpretare e di annotare diverse informazioni in modo da garantire una restituzione il più accurata possibile nella lingua dei destinatari.  Una volta chiarito che la presa di note non consiste in una trascrizione, ma in una rielaborazione del discorso originale, va da sé che l’interprete debba decidere, di volta in volta, in che modo sia più opportuno rielaborare, ovvero, annotare: quali informazioni includere e quali escludere dalle note, visto che non c’è tempo di annotare integralmente il discorso, per quanto abbreviato e schematizzato; come gestire le proprie risorse cognitive e materiali, in particolare lo spazio a disposizione sul foglio, e come indicare i legami esistenti tra i diversi concetti, visto che, nonostante molti interpreti cerchino di seguire delle “regole” –o meglio, abitudini- di annotazione, le possibilità di combinazione tra i concetti e le possibilità di espressione linguistica sono innumerevoli e, quindi, imprevedibili.

L’interprete sa che le decisioni prese in questa fase si ripercuoteranno sulla sua prestazione e, di conseguenza, sulla percezione che gli altri avranno di lui come professionista. In particolare, per l’interprete è fondamentale trasmettere fiducia, in quanto è rivestito del compito delicatissimo di rappresentare un’altra persona. Risulta evidente che più chiare e precise saranno le sue note, più si sentirà sicuro e più facile sarà per lui trasmettere questa sicurezza e per gli altri fidarsi di lui. Tuttavia, non si tratta solo di una questione di atteggiamento. Infatti, se l’interprete afferma qualcosa di totalmente sbagliato, il suo atteggiamento sicuro si trasformerà immediatamente in una farsa agli occhi degli interlocutori che penseranno di non potersi fidare di lui e non lo ricontatteranno o lo sconsiglieranno per eventuali incarichi successivi.

Già queste osservazioni relative alla presa di note rivelano che l’interprete deve allenarsi a prendere le giuste decisioni e che un buon interprete è anche, necessariamente, un buon decision maker.

Problem solving

Concentriamoci ora sulla simultanea, modalità per la quale ogni buon interprete ha accumulato (e continua ad accumulare) altrettante ore e ore e ore e ore di esercizio. Durante questo tempo l’interprete si allena ad ascoltare e a ricreare in una forma diversa ciò che ha ascoltato. In breve, il simultaneista riceve un input che deve immediatamente elaborare e trasformare in un output. Nello svolgere quest’operazione l’interprete si trova continuamente a risolvere rapidamente problemi di diversa natura:

  • Come tradurre ciò che ascolta: sembra banale, ma non c’è niente di scontato nelle parole che un interprete sceglie di pronunciare. Certo, con il tempo si creano i cosiddetti automatismi che permettono di avere a portata di mano una buona soluzione per diversi termini, concetti o strutture linguistiche, ma non è pensabile che questi ricoprano ogni eventualità. La maggior parte dell’output è frutto di un problema appena risolto, non a caso si parla di soluzione traduttiva. Con il tempo, l’interprete acquisisce alcune strategie traduttive da mettere in pratica, ma questo non consente, comunque, di abbassare la guardia. Infatti, anche nei fortunati casi in cui l’interprete riceve in anticipo lo scritto del discorso, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Anzi, l’imprevedibilità è insita nella natura stessa dell’interpretazione e spetta al buon professionista gestirla in modo intelligente trovando una valida soluzione, attraverso le strategie acquisite o scegliendo un altro espediente.
  • Come gestire le proprie risorse cognitive: l’interprete non è una macchina (e mai lo sarà!), non ha un caricabatteria da collegare alla spina per essere sempre al 100% e, anche se così fosse, dovrebbe comunque distribuire la sua carica tra diversi compiti. Daniel Gile (1985) individua quattro sforzi da compiere contemporaneamente: l’ascolto, l’analisi, la memoria e la produzione. Si tratta dunque di un’attività estremamente impegnativa dal punto di vista cognitivo e il buon professionista deve saper procedere nonostante questi sforzi che possono, simultaneamente o alternativamente, risultare più o meno intensi. Nel momento in cui, ad esempio, uno di questi quattro compiti si fa particolarmente arduo, l’interprete si trova davanti a un problema: dover destinare gran parte delle proprie risorse a quel compito e, di conseguenza, avere una disponibilità ridotta per tutti gli altri. Il professionista sa che queste situazioni si possono verificare ed è in grado di trovare una soluzione per gestire al meglio le proprie risorse in base alle circostanze.
  • Come gestire il tempo: oltre all’umana limitatezza delle risorse cognitive, il simultaneista deve fare i conti con una disponibilità di tempo estremamente vincolante. L’interprete deve infatti arrivare a una (buona) soluzione lavorando sotto una pressione non indifferente sul filo dei secondi, non a caso stiamo parlando di interpretazione simultanea. Questa necessità riguarda quindi l’attività vista nel suo insieme ed è quindi trasversale rispetto ai punti appena affrontati, ma merita uno spazio a sé in quanto la rapidità con cui si risolvono i problemi è una parte saliente della competenza conosciuta come problem solving.

In questo articolo abbiamo suddiviso la consecutiva dalla simultanea associando alla prima l’abilità del decision making e alla seconda quella del problem solving. Tuttavia, va sottolineato che chi lavora come consecutivista, normalmente, è anche un simultaneista e viceversa. Inoltre, anche nella consecutiva è richiesta una buona dose di problem solving così come nella simultanea è necessario prendere decisioni. Ogni buon interprete di conferenza, quindi, risponde a queste apprezzatissime soft skills.

Risulta ormai chiaro che per potenziare le capacità personali e le competenze tecniche necessarie a svolgere questa professione, gli interpreti accumulano ore e ore e ore e ore di esercizio. Perciò, ogni volta che avrai bisogno di questo tipo di servizio, ricordati queste parole: interpreti non ci si improvvisa. Assicurati, quindi, che la persona a cui ti rivolgi non sia un semplice poliglotta, ma un interprete qualificato. Se digitare su Google “cerco interprete” o “cerco traduttore” non produce risultati abbastanza chiari o soddisfacenti, affidati a PAP che ha deciso di facilitare la tua ricerca creando una rete di professionisti pronti a offrire la soluzione migliore per te.

Bibliografia

Alexieva, B. (1998), Consecutive Interpreting as a decision process. In Beylard-Ozeroff A., Králová J., Moser-Mercer B. (a cura di), Translators’ Strategies and Creativity. Selected Papers from the 9th International Conference on Translation and Interpreting, Prague, September 1995, pp. 181-188. Amsterdam : John Benjamins

Gile, D. (1985), “Le modèle d’efforts et d’équilibre d’interprétation en interprétation simultanée”. Meta, 30 : 1, pp. 44-48. Doi : 10.7202/002893ar

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